31. Lo scarso ruolo della Cina nella storia antica dell’Asia sud-orientale

Da John F. Cady, Storia dell’Asia Sudorientale, La Nuova Italia, 1965

Nonostante l’annessione da parte della Cina Han della sua provincia vietnamita verso la fine del secondo secolo a. C., che portò il Regno del Centro in stretta prossimità geografica dell’Asia sud-orientale, il ruolo della Cina nello sviluppo dell’antico commercio marittimo dell’area fu relativamente privo d’importanza. Questo fatto è attribuibile in una certa misura alla rinunzia, da parte delle autorità cinesi, a mantenere la potenza navale necessaria alla soppressione dei pirati che infestavano le aree costiere del Fujian e del Guangdong. Non si riteneva, evidentemente, che il mantenimento dell’ordine sulla costa meridionale valesse lo sforzo richiesto. Il centro politico e culturale del Regno del Centro era situato nella valle del fiume Giallo, cosicché le distanti coste costituivano soltanto una poco usata porta di servizio che conduceva al mondo barbaro dei mari del sud. In generale la Cina non sentì alcun impulso a civilizzare i suoi vicini del sud, anche se in epoca posteriore essa non pose alcun limite geografico all’esercizio della sua sovranità in quella zona.



Il tradizionale sbocco della Cina verso il mondo civilizzato dell’India e del Medio Oriente rimase a lungo la via terrestre della seta attraverso l’Asia centrale. Fu attraverso questa via che il buddismo raggiunse la Cina dall’India nel primo secolo a. C. Alla fine del quarto secolo fu in senso opposto lungo la stessa via, costellata a quell’epoca di monasteri, che il pellegrino cinese Fa-Hsien ed altri trovarono la via di ritorno all’India allo scopo di visitare santuari buddisti e di raccogliere il Canone pāli. Quando i cinesi Han intrapresero nel primo secolo a sviluppare collegamenti commerciali più brevi con l’India, scelsero la summenzionata via, che andava dall’alto bacino dello Yangtse attraverso le gole dei fiumi Mekong e Salween nello Yunnan occidentale fino alla valle birmana dell’Irrawaddy e di lì alle coste del Golfo del Bengala. Procedendo verso ovest in mezzo ai venti invernali, essi si diressero alle aree di Telingana e di Kalinga della costa orientale della Cina, dove anche i Mon mantennero i loro più persistenti contatti. La prefettura cinese di Yung ch’ang, che copriva l’area dello Yunnan occidentale, fu stabilita nel 69 d. C. Questa via continuò ad essere usata anche dopo il crollo della dinastia Han all’inizio del terzo secolo; la prefettura di Yung ch’ang non fu abbandonata fino al 342.

Anche l’impiego ufficiale da parte cinese della via marittima verso l’Asia sud-orientale per il contatto diplomatico con l’India ebbe luogo durante il primo secolo a. C. Gli inviati cinesi destinati all’India procedevano con cautela attorno alla linea costiera da Guangdong oltre l’isola di Hainan fino al Vietnam e lungo le coste di Annam e della Cocincina fino a un punto all’angolo nord-occidentale del Golfo del Siam. Approdando qui nel civilizzato stato Mon, chiamato Tun-sun dai cinesi, gli inviati procedevano per via di terra attraverso la valle del Mekong e il Passo delle Tre Pagode, fino all’estuario del fiume birmano Salween a Martaban. Di qui procedevano oltre il delta dell’Irrawaddy e su fino alla costa di Arakan, donde prendevano una via per l’India in gran parte uguale alla parte finale della via commerciale terrestre. Fu questa stessa via di trasporto di Tun-sun da Martaban alla costa del Golfo del Siam ad essere presumibilmente usata nel 120 da una missione diretta in Cina dall’impero romano, che comprendeva musicisti e giocolieri. Non vi è alcuna chiara indicazione, tuttavia, sul fatto che la via marittima per l’India attraverso il Tun-sun, chiaramente conosciuta dai cinesi, sia mai stata da loro sfruttata per scopi commerciali. Occasionalmente delle giunche cinesi private sfidarono, senza dubbio, i pericoli dei mari del sud fino a diversi punti sulle coste settentrionali e orientali della Malesia. Frammenti di porcellane Han si trovano nelle zone più diverse. Patani era un antico porto di passaggio e l’imperatore Wang Mang notoriamente fece venire da Sumatra dei corni di rinoceronte. Qualche cinese può aver proceduto attorno alla penisola fino al porto di Takkola (Trang), ma la partecipazione e l’iniziativa cinese ufficiale nell’antico commercio dell’Asia sud-orientale fu molto scarsa.



Le ragioni della mancanza d’interesse da parte cinese per il commercio nei mari del sud sono intuibili. In primo luogo i pericoli della navigazione erano grandi, e i naviganti cinesi, meno esperti, erano ancora costretti a navigare vicino alla costa molto dopo che gli indonesiani e gli arabi avevano imparato abbastanza circa i venti stagionali e la navigazione per poter affrontare il mare aperto. Inoltre i sovrintendenti dei porti della Cina meridionale non incoraggiavano l’attività incontrollata di commercianti privati: una politica che invece caratterizzò le città portuali dell’India. Anche dopo che le attraenti possibilità commerciali dei mari del sud divennero evidenti nel secondo secolo, il commercio ufficialmente ammesso in quella zona fu confinato per lo più al porto vietnamita di Chiao-chi. Canton cominciò ad essere sfruttata largamente soltanto nel sesto secolo. Era più facile, e senza dubbio altrettanto lucroso, per i sovraintendenti portuali controllare una comunità segregata di commercianti residenti dell’Asia sud-orientale, operanti a un ritmo stagionale, che incoraggiare un’espansione del movimento marittimo cinese. La cosiddetta comunità di commercianti residenti Po-ssù presso i porti cinesi, cui si riferiscono dei resoconti cinesi dei primi secoli, era probabilmente composta di mercanti di Sumatra o dell’istmo che commerciavano in profumi di tipo persiano, legni profumati, resine e perle prodotte nelle foreste tropicali dell’Asia sud-orientale e raccolte nelle acque costiere della stessa zona.

In ogni caso il commercio tra la Cina a nord e la penisola della Malesia e Sumatra a sud venne svolto, all’inizio, completamente dai malesi. Se dei commercianti cinesi penetrarono nelle zone dei mari del sud, lo fecero in qualità di passeggeri su navi guidate da malesi o indonesiani. Anche durante la rapida espansione del commercio cinese oltremare nell’epoca Tang (dal settimo al nono secolo), con Canton ed Amoy che servivano da punti focali, le navi cinesi continuarono decisamente ad essere una minoranza. Soltanto col vasto impiego della bussola (con l’ago orientato a sud) nell’epoca Song (decimo e undicesimo secolo) il naviglio cinese arrivò a dominare le vie marittime lungo il canale monsonico verso sud per l’Asia sud-orientale.

Regolari contatti commerciali tra i porti cinesi e dell’Asia sud-orientale furono sviluppati verso la fine del secondo secolo per l’iniziativa di una dozzina circa di città-stato parzialmente indianizzate, situate sulle rive del Golfo del Siam. Queste città portuali furono raggruppate insieme in un impero o federazione detta Funan; probabilmente intorno alla metà del terzo secolo. Tali operazioni commerciali furono associate dopo il 240 con l’invio periodico di missioni tributarie ufficiali a corti cinesi, con doni che reclamizzavano le mercanzie locali. Gli scambi commerciali venivano effettuati ai porti d’entrata della Cina meridionale, mentre le successive missioni completavano il loro comodo viaggio di spola alle varie corti cinesi. Le missioni tributarie fornivano inoltre un’occasione a un nuovo governante dell’Asia sud-orientale di chiedere alla Cina la ratifica del suo titolo: una mossa, questa, che poteva essere particolarmente utile in casi di ribellioni o di successioni contrastate. Le storie dinastiche cinesi dal quarto al settimo secolo (l’avvento dei Tang) segnalano un vasto commercio via mare dei prodotti dell’Asia sud-orientale, di Ceylon, dell’India e del Medio Oriente, di cui la maggior parte continuò ad arrivare in navi non cinesi. Il vantaggio in prestigio culturale guadagnato per l’India dalla priorità dell’influenza di commercianti indiani sull’Asia sud-orientale fu aumentato dalla voga di cui nell’epoca post-Han il buddismo indiano fu oggetto nella stessa Cina. La confusione regnante nel corso dei quattro secoli intercorsi tra la dinastia Han e quella Tang gettò il discredito sul confucianesimo. Studiosi cinesi studiarono il sanscrito e il pali e compirono ripetutamente pellegrinaggi in India. Non vi fu alcun corrispondente studio dei classici confuciani in India o nell’Asia sud-orientale, e non sorse nessuno zelo missionario emanante da fonti confuciane o taoiste in Cina, che si potesse raffrontare con quello del buddismo indiano. All’infuori del Vietnam la trasmissione ai popoli dell’Asia sud-orientale della conoscenza della letteratura, delle leggi e delle istituzioni governative cinesi fu, di conseguenza, praticamente inesistente. Fu nel corso del quarto e del quinto secolo, inoltre, quando il prestigio cinese era al livello più basso, che l’impero Gupta dell’India raggiunse la vetta assoluta della civiltà indiana. Un effetto caratteristico fu la decisione a quell’epoca, da parte dello stato indipendente Thai di Nan Chao, di adottare come suo metodo di scrittura il sanscrito e il pali piuttosto che il sistema dei caratteri cinesi.


L’influenza cinese sugli affari dell’Asia sud-orientale aumentò considerevolmente dopo il settimo secolo con la riunificazione del Regno del Centro sotto la dinastia Tang. Ma i governanti Tang trovarono più conveniente di riconoscere l’ascesa al potere nell’Asia sud-orientale di governanti tributari amichevoli, che di accingersi ad estendere il dominio politico cinese mediante l’aperta conquista. I loro ripetuti sforzi di conquistare lo stato Thai di Nan Chao nello Yunnan occidentale come mezzo di riattivare il commercio con la Birmania fallirono nel settimo e nell’ottavo secolo. L’invio periodico di missioni tributarie dell’Asia sud-orientale alla Cina implicava il riconoscimento, da parte delle missioni in visita, della loro condizione d’inferiorità, il che di per se stesso praticamente precludeva l’appropriazione da parte dell’Asia sud-orientale di forme governative confuciane. La visione del mondo cinese era un sistema chiuso. Il concetto cinese dell’esercizio da parte dell’imperatore del mandato superiore del cielo come effettiva mediazione tra cielo e terra era presente nell’Asia sud-orientale, se pure lo era, nella forma rudimentale della necessità di placare gli spiriti della natura da parte del governante. Ma era molto più dogmatica e sforzata l’affermazione indiana della vera e propria divinità del regnante come incarnazione di Siva, Indra o Vishnu. Il sistema confuciano del mandarinato era troppo sofisticato perché l’adottassero i popoli dell’Asia sud-orientale, che mancavano di una qualsiasi conoscenza dei modelli culturali cinesi ed erano già immersi nella cultura indiana. La Cina alla fine si guadagnò il rispetto e la deferenza da parte dei principali popoli dell’Asia sud-orientale, ma non riuscì a esercitare un influsso culturale: esso rimase assicurato alle forme religiose e politiche indiane.


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