Sierra de Gredos, Trujillo, Caceres di Stefano Cammelli
Sierra de Gredos
Comunque pensavo ad altro. Alla nevicata caduta in abbondanza nella notte e al benzinaio che mi aveva detto che forse a Yuste non sarei mai arrivato. “Non è una nevicata di poco conto, mi disse, stia attento.”
Yuste era davanti a me, arrampicata in cima a una montagna verde di alberi e rossa di terra: l’ultima dimora di Carlo V. Il ritiro dopo avere fallito tutto: guerre, alleanze, tutto. Forse lo comprese, forse glielo fecero capire, che era l’ora di farsi da parte. Forse – la Spagna è anche questo – la fede e il desiderio di pensare al dopo. Non so.
Nei bei locali cinquecenteschi mi dicono di aspettare, non è una visita guidata ma qualcuno ha fatto il biglietto, sta arrivando. Così la vidi: graziosa, gli occhi rossi malamente nascosti da un paio di occhiali da sole che la scarsa luce del monastero non giustificava. “Italiano?” “Sì”. “io… Navarra, Pamplona.” “Città bellissima.” Dico quasi a concludere le presentazioni.
Si camminò in silenzio, in stanze fredde ma non cupe: dalle ampie finestre la luce nitida della montagna, il verde della vegetazione. Poi non la vidi più. Sostai un poco nel giardino. Un albero – mi venne detto – è ancora quello piantato da Carlo V. I primi fiori di primavera, il freddo dell’aria dopo una nevicata. Chissà cosa aveva in mente, il re dei due mondi, dell’Impero su cui non tramonta il sole. Solo in questo monastero mentre i suoi eserciti marciavano nelle Fiandre, in Italia, in Messico, in Perù. Il profumo delle piante mi ricorda Camaldoli, la Verna: luoghi che vidi con mio nonno, da bambino. Conosceva tutti, si passava ore a discorrere con monaci nel giardino. Accarezzando delicatamente fiori e sfregando dolcemente con la mano alcune piante officinali, per sentirne il profumo. Yuste è anche questo. Il troppo turismo non sembra averlo raggiunto. O forse è la Sierra, la neve, il freddo, la stagione.
Nel pomeriggio di quel giorno seguendo le indicazioni di Ruben – un autista che conosce e ama il suo mestiere – raggiunsi un villaggio abbandonato, Granadilla. Costruito sulla sommità di una collina che domina una valle oggi sommersa da un lago, l’embalse de Gabriel y Galán.
Per tutta la giornata il sole aveva spinto lontano le nuvole e il freddo. I pruni erano già in fiore notai dall’alto delle mura che cingono la città. Il lago davanti a me. Pulito, come certe acque dell’Italia centrale. Ma vasto come un lago del nord. Non lontano il Portogallo.
La rividi mentre il sole calava e tutti i colori dell’acqua e dei salici ne ricevevano brillantezza.
Mi tenni lontano. Cercai di non raggiungerli. Camminavano mano nella mano come due innamorati. Ogni tanto lei si avvicinava a lui e appoggiava la testa sulle sue spalle. Restai dietro loro per un po’. Poi mi sentii di troppo. Scesi nel villaggio abbandonato dove tutto sembrava ancora vivo mentre una voce mi inseguiva e diceva “Signore si chiude. Ehi voi due! Voi due!”
Comunque non mi sono voltato. Non so se avranno sentito. Non credo.
Trujillo - 1
Dicono che la conquista del Perù e la distruzione dell’impero Inca fu quasi un gioco da ragazzi: troppa la differenza di conoscenze, tecnologia, armature, determinazione. Quando la città di Francisco Pizarro compare all’orizzonte, su una collina più alta delle altre, sullo sfondo della Sierra de Gredos, ritorno con la mente alle pagine di certe guide malfatte, di tanti siti web. Alla leggenda della conquista del Perù così come è stata raccontata e come vive ormai. Orgogliosamente indipendente da ogni evidenza storica. Saldamente ancorata alla convinzione che cavallo e archibugio siano state le chiavi di un successo che raggiungibile da chiunque avesse avuto la determinazione di andare fin là, in Perù.
Una volta, davanti alle pendenze quasi verticali della strada che sale da Cuzco fino alla fortezza di Sacsayhuaman, un generale di cavalleria in pensione spiegò quanto fosse pericolosa una carica a cavallo su quella pendenza dove la velocità viene meno e cavallo e cavaliere sono facile preda di combatte a piedi. Qualcuno ascoltò, qualcuno scattò una foto: sembrò una annotazione marginale. Non lo era per niente.
La vita di Pizarro – di quello che una storiografia terzomondista definisce uno dei più grandi criminali di guerra della storia – è come la salita di Sacsayhuaman: del tutto cancellata dal successo raggiunto, la conquista del Perù. Eppure sia a Panama che a Toledo, Pizarro dovette ricorrere alle strategie più raffinate per ottenere il permesso di guidare una spedizione in Perù. Dicono che fosse nato in una famiglia povera, in questa graziosa Trujillo dove sto parcheggiando la macchina. Che fosse un guardiano di porci… chissà, forse è anche vero. Ma un guardiano di porci difficilmente riesce a farsi ricevere dall’Imperatore Carlo V, signore di imperi su cui ‘non tramonta mai il sole’. E ancora più difficilmente riesce convincerlo a farsi dare nave e uomini per tentare l’impresa di conquistare un impero su cui non sa nulla. Senza titoli nobiliari, né garanzie… più che una storia sembra una favola. Come quell’altra – forse appena appena un po’ più vera – quando tracciò una linea sulla spiaggia di un’isola del Pacifico e disse agli uomini che erano stati mandati per riportarlo a Panama: “Io non torno, io andrò a sud. Questa linea è il confine, chi vuole venire con me per conquistare le ricchezze che ci attendono la varchi, chi si accontenta della miseria di Panama e della Castiglia se ne stia pure dove è.” Pare che solo tredici uomini l’abbiano varcata. E da lì la leggenda di tredici uomini e pochi cavalli che partono alla conquista del Perù…. Dimenticando che non furono quei tredici a sconfiggere gli Inca, ma altri e assai più numerosi compagni d’ avventura.
Così, mentre cammino verso la bella chiesa quattrocentesca di San Martín e mi attardo a leggere un cartello che descrive la Plaza Major come una delle più belle d’Europa, preferisco ripensare a Pizarro per come lo descrivono molte cronache. Con in mano il permesso di andare dato da Carlo V, ma senza un soldo, una nave, nulla.
Dicono che giunse qui in questa piazza - che ora lo celebra con una statua - e abbia tenuto un discorso ai contadini e porcari della zona. Che non avevano nulla da perdere, che era meglio tentare la sorte piuttosto che arrendersi alla chiesa, ai vescovi, ai nobili, al re. Una vita di miseria dopo altre vite di fame e di prigione. E, per dirla con le parole di Neruda, porcari e contadini di Trujillo lo ascoltarono come se una svolta fosse possibile, una nuova vita, nel Nuovo Mondo.
Non immaginavano e forse nemmeno volevano la violenza di cui furono protagonisti. Quella venne dopo, con la guerra e le stragi. Videro Pizarro come un sognatore che portava loro la speranza di una vita migliore e partirono. Mollarono tutto ovvero nulla, in cuore loro erano già morti. Morti il giorno stesso in cui erano nati. Fino a quando quel signore che fantasticava di un mondo d’oro e di ricchezze infinite promise loro un futuro, difficile finché si vuole, ma un futuro. E partirono. Il primo scaglione, la prima ondata di migranti in cerca del diritto di vivere.
Così guardo la statua di Pizarro il criminale e riesco a non indignarmi. Forse degli orrori che compì in Perù nessuno qui sa nulla. La statua ricorda solo la promessa, il diritto a vivere una vita degna di questo nome. Lontana dagli escrementi delle porcilaie, dalle arroganze padronali, i tribunali dell’inquisizione e le violenze aristocratiche.
Una vita decente, degna di essere vissuta. Il sogno dei milioni di disperati di tutto il mondo.
Trujillo – 2
“Ma no! Ma no! Ma cosa dice!!” La guida vacilla davanti all’aggressione di un piccoletto, dimesso come a volte succede, ma ordinario di economia in numerose università italiane e infine rettore di una prestigiosa università privata del Nord.
“Signore… se lei mi lascia finire… sto facendo il mio lavoro…”
Ma l’altro non sente ragioni
“Ma no, mio caro, lei non sta facendo il suo lavoro, le sta raccontando una montagna di sciocchezze che non vanno più bene … insomma ormai le cose le si sa, basta leggere informarsi… D’accordo, d’accordo … mi scusi, non volevo offenderla… ma cerchi di capire… è quaranta anni che insegno queste cose… mi perdoni, insomma… è stato più forte di me.”
La guida intuisce. Fa un passo indietro. Rinuncia allo sdegno di chi è stato offeso. Non alla sfida, comunque, è pur sempre dell’Estremadura, terra dura e guerriera: “Va bene, la ascolto. Vale! Sentiamo cosa mi deve dire…”
E così viene fuori che il piccoletto è una testa fina fina. Che il suo fare dimesso è la forma di un’educazione nobile a non mostrarsi, stare indietro, rispettare. Ma che dentro quell’involucro così conciliante c’è una mente brillante e sferzante.
Spiega che le ricchezze raccolte in Perù da questi signori – con la mano indica la piazza di Trujillo, ben visibile dall’alto del castello medievale – non erano poi tali. Che l’oro che i conquistadores mandarono in Spagna fu così tanto che il valore del metallo precipitò e che per molti anni il suo valore fu quasi inferiore a quello dell’argento. Nella colonia americana, in quello che avrebbe dovuto essere il centro di ogni ricchezza, per comprare un cavallo poteva non bastare un carro d’oro. Perché cavalli non ce n’era e bisognava farli venire dalla Spagna e di oro ce n’era fin troppo, al punto che nessuno lo voleva.
E poi spiega – ormai intorno a lui il silenzio è totale e la guida spagnola ha cominciato a prendere appunti – che anche quello che veniva mandato in Spagna era tanto alla partenza, ma non all’arrivo. I corsari francesi e inglesi se ne accaparravano una buona parte e il contrabbando un’altra grande fetta. Racconta degli studi di un grande storico italiano – Ruggero Romano – che ha avuto l’intelligenza e la costanza di studiare in Siviglia l’Archivio delle Indie confrontando i registri delle navi in partenza e di quelle in arrivo.
“E non coincidevano mai, mi segue? - dice alla guida trattata ormai come uno studente impreparato – mai! Com’era possibile che alla partenza da Cuba una nave portasse 100 kg d’oro e all’arrivo ne avesse solo 50? Glielo spiego io: nascondevano l’oro in un doppio fondo della nave, in modo da evadere il fisco e gli ispettori.”
“E allora – chiedo – come hanno fatto per accorgersene?”
“Guardavano la linea di galleggiamento della nave a vuoto. Se la linea era sott’acqua… allora voleva dire che il peso c’era ancora. E così gli ispettori cominciarono a smontare le navi per essere certi di avere recuperato tutto…”
Poi è la volta delle miniere, che si esaurirono quasi subito. E della mancanza di mano d’opera: non solo perché gli indigeni erano stati sterminati, ma perché quelli rimasti non sapevano vivere. Non volevano vivere.
“Così insomma… ha capito…?”
“Cosa vuole dire?” chiede qualcuno attonito.
“Voglio dire che le colonie americane per la Spagna non furono una ricchezza, ma una spesa. Così grossa e senza speranza che provocò il crollo e il regresso della Spagna per secoli.”
“Le colonie… una rimessa…”
“Per tutti, per tutti. Gli indigeni vennero massacrati, i conquistadores finirono tutti uccisi o in galera e la Spagna si ritrovò un’economia azzerata proprio negli anni del nascente capitalismo. È così, capito?, è così… ma è stato ormai scritto da tanto tempo…”
Guardo la guida, in silenzio ma ormai divertita.
“Hai capito? – dico sorridendo – è così!”
Quello si gratta la barba, accenna un sorriso difficile anche lui. “Abbiamo un historiador nel gruppo! – dice – Grazie della lezione!”
Ma sorride amaro. E ricomincia come prima. Ma quando deve parlare delle ricchezze arrecate a Trujillo dalla conquista si rivolge al prof di economia e dice “… ma su questo argomento… la lascio la parola al professore…”.
Dall’alto del castello la vista è magnifica. La piazza e più in là il primo verde della pianura e poi sullo sfondo la Sierra de Gredos, innevata e minacciosa.
Caceres
Verso Caceres, attraverso una pianura che mi attendo desolata e disperante. Arida, inospitale. Ma in questa prima settimana di marzo col verde del grano spuntato da poco, gli alberi in fiore, i monti innevati della Sierra de Gredos sullo sfondo, l’impressione è quella di una primavera precoce, dolcissima. E anche i rari villaggi, appollaiati là dove la terra si inclina per le prime pendici delle colline, non sembrano così abbandonati.
“Ci vediamo in centro” mi ha detto la sera prima Francisco, un amico di un tempo. Studente presso il Collegio di Spagna e ora docente all’università di Estremadura di Caceres. Ci si vedeva alle lezioni di Carlo Ginzburg: lui – bellissimo, un fisico quasi da modello – sembrava comunque spaesato. L’attenzione con cui le ragazze lo guardavano non sembrava interessarlo. C’era solo Cecilia, solo lei. Lei lo aveva anche presentato in casa, piaceva anche ai genitori. Eravamo un bel gruppetto: Francisco, Cecilia, Isabella ed io. Comunque – anche così – lui era un pesce fuor d’acqua.
“Beh, mi disse una volta, cerca di capire. Venivo da una famiglia franchista, con un padre che si era arruolato per combattere i rossi nella guerra civile. Mi ritrovo a Bologna all’inizio degli anni Settata dove il più moderato degli studenti parlava di dittatura del proletariato o di fare come le Guardie Rosse della Rivoluzione culturale … c’era più di un motivo per essere a disagio.”
Sì, era così. Quando lo andavo a trovare al Collegio di Spagna sembrava di entrare in un mondo silenzioso e greve, rimasto fermo a decenni addietro. Ma bastava uscire e raggiungere l’università per trovarsi in un altro secolo, un altro mondo. Rivoluzionario, o così sembrava.
Maledico più volte l’appuntamento dato in cima alla città vecchia. Cerco di avvicinarmi il più possibile ma ne vengo puntualmente respinto. Divieto di sosta, obbligo di svolta, divieto di parcheggio. Alla malora! Alla fine mollo tutto su un viale in pieno divieto di sosta e vado a piedi in centro. Francisco mi aspetta lì, sulle scalinate della Plaza de San Jorge.
“Ma che cavolo, Francisco, non era più semplice vedersi in università?” lo aggredisco prima di abbracciarlo.
“Volevi perderti la nostra Piazza Maggiore? Ehi fatti vedere… hai messo su un bel po’ di chili…”
“Tu invece no, eh… sei sempre un figurino eh?”
Si scherza sulla mia e la sua pelata. I chili di troppo. Figli e divorzi, splendidi i primi, troppi i secondi.
“Fumi ancora le Ducados? Se ne hai una…”
“Per quel che valgono… non sono più quelle di un tempo.”
Scende la sera e siamo lì, come una volta, in una piazza che ha i colori e gli anni delle città del centro Italia. Si parla del lento cammino di Francisco verso la sinistra, l’iscrizione al PSOE, gli anni al governo come collaboratore di un ministro prima di scappare dalla politica e rientrare all’università.
“Il re … Juan Carlos… ha fatto un gran lavoro…”
“Dai lascia stare il re, ne ha combinate di cotte e di crude, alla fine hanno dovuto mandarlo negli Emirati…”
“Va beh, ma la transizione…”
“È stata quaranta anni fa Stefano… ci siete rimasti solo voi italiani a ricordare questa cosa. E forse sarebbe accaduta lo stesso…”
Così si torna agli amori di un tempo: Carlo V, la Spagna che in meno di un secolo si trasforma in grande potenza mondiale. Stato, esercito e chiesa: il connubio d’acciaio della Spagna del tempo, la sua condanna nei secoli. Alle città come Caceres che risorgono nel XIII secolo dalle rovine di un tempo. Per decreto regio: roccaforte contro i musulmani affidata ai cavalieri dell’Ordine di Santiago e a quelli di Alcantara. E del castello, più che della città, Caceres ha i colori, gli spazi. Una San Gimignano senza negozi e turisti. Solo chiese e collegi universitari.
Più in su, in una piazzetta dove si giunge quasi per caso, alcuni ragazzi giocano a pallone. Le grida si sentono da lontano e sono le stesse di sempre ‘passala’, ‘fermalo’, ‘noooo!’.
“Ma dopo Madrid, il PSOE… che ci fai qui, Francisco?”
“Non è male, sai? Gli studenti sono il numero giusto, le aule non sono strapiene, i cellulari prendono poco tra queste mura… ci sono diversi vantaggi.”
Sorseggiando un bicchiere di vino, ormai al primo freddo della sera. In attesa della domanda che comunque arriva.
“E Cecilia? Si è sposata? Che fa?”
“Non vi siete più sentiti?”
“No – dice – no. Il mio ritorno in Spagna… l’ha presa malissimo.”
Già, non solo lei. Per tutti fu un brutto colpo. Nasce un’amicizia, gli apri cuore e casa, e poi un bel giorno uno se ne va e non si fa più sentire. Ne senti parlare solo dai giornali o dal web.
“Ancora un bicchiere? – fa lui – Dove vai a dormire?”
“Meglio di no, devo tornare a Merida.”
In silenzio, camminando verso la macchina. Il suono dei nostri passi sul selciato. Come a Bologna, un tempo.
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