La scuola innevata di Stefano Cammelli
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Camminavo per Shanghai,
insieme a Mirella e Elisabetta. Magari qualcuno che mi legge se le ricorda.
Credo ci fosse anche Laura, che aveva lavorato con Bertolucci, durante le
riprese de L’ultimo Imperatore. Guardando il dipinto, un attimo prima di comprarlo. Pensai alle stampe cinesi che mio padre portò dalla Cina alla fine del primo viaggio, nel 1960. Forse quelle erano più accese nei rossi o più ‘cinesi’. Il dipinto che avevo davanti sembrava – piuttosto – un ricordo. Era forse il maestro stesso ad avere dipinto quella scuola sotto la neve? Comunque dalla porta della scuola – aperta – filtrava una pallida luce, calda. Pensai a mio fratello, maestro elementare. Quando parlava dei ‘bimbi’ c’era sempre molto calore nelle sue parole. E poi la bimba di Non uno di meno di Zhang Yimou, quando Zhang girava bei film e non sciocchezze neo-imperiali farcite di effetti speciali. Un uomo non più vecchio di me mi si avvicinò. Mi accennò con la mano allo sfondo del quadro, là dove si delineava il profilo nebbioso ma comunque nitido di una collina coperta di neve. “Shanxi – mi disse, certo non sospettando che comprendessi qualcosa di cinese – è una scuola dello Shanxi.” Le mani grosse, le dita deformate dall’artrite. Pure conservavano una certa eleganza. Era lui il pittore della Scuola sotto la neve nel primo giorno dell’anno? (continua) Successe poche settimane dopo. Salendo verso Yan’an, nello
Shaanxi. Una bella giornata d’autunno. Quando la luce dell’estate è portata a
terra dalle foglie degli alberi e sulle piante si attarda l’arancione dei cachi
e il rosso delle melograno. “Non mi dispiace questa nebbia”, dissi a Cheng “È lo sfondo perfetto per l’oro delle foglie.” Lui si strinse nel giaccone. “Ti piace anche questa umidità?
Sei davvero poco italiano.” Non dissi nulla. Ne avevamo già parlato. Per Cheng l’Italia
era solo mare blu e pini verdi. “Quello è il Meridione – provai a spiegargli più volte -
Un’Italia diversa.” Ma non era servito a niente. Diretti verso Yan’an, la base rossa visitata da Edgar Snow.
Quella da cui era partita la fase finale e vincente della Rivoluzione comunista.
Hanno aperto un museo. Ci si chiede quale delle molti narrazioni il partito di
Xi Jinping avrà scelto. “Professore! Professor Cammelli! Che ci fa lei qui?” “Zhao! Ma non eri a Pechino al Poly Art Museum?” Sorride, imbarazzato. “Un anno qui, solo un
anno. Per dimostrare che mi hanno trattato come tutti gli altri…” Laurea in
storia dell’arte. Poi mio studente a Bologna nella specialistica di Economia
della cultura. Yan’an passa in secondo piano. Seduti tutti e tre in una fredda sala da te. Fumiamo in
silenzio. Poi mostro a Zhao la foto che ho scattato al mio dipinto, la Scuola
innevata. Zhao lo guarda con attenzione. Lo mostra a Cheng. “Guarda, guarda la collina dietro appena delineata. Non
sembra incombere?” “È un ricordo?” Zhao curiosa sulla firma. Riesce a riconoscerla. “È dipinto di quell’epoca… degli studenti mandati a
insegnare in campagna…” “Allora è proprio un ricordo?” “No, non direi. Potrebbe sembrarlo ma non direi… Come certi
dipinti di epoca Ming, quelli esposti a Taipei… non è un ricordo di un luogo o
di una cascata o di una laguna… direi piuttosto … ricordo di un’emozione…” Cheng non ha studiato arte ma suo padre dipingeva. “È qualcosa di più astratto vero?” “Sì- dice Zhao – di anni ingenui. Anni in cui la Rivoluzione
non aveva ancora mostrato il suo lato peggiore. Ma anche gli anni della
gioventù del pittore. Insomma è qualcosa di più vasto.” Guardo il rosso velato del fazzoletto dei bimbi. È vero.
Ricordano – per come sono trattati- certe cascate che in epoca Ming divennero
un classico della pittura cinese. Penso a un testo di Wang Wei. L’aria della sera è l’autunno in arrivo Il mio pensiero va ai dipinti di Taipei. Ai cachi del
cortile del mio albergo di Pechino. A questo paese che riesce a offrire poesia
anche in una sala da tè tutta plastica e televisioni accese. Cheng mi guarda. Sembra chiedermi che c’è. Le foglie si staccano dai rami Fumando in silenzio come vecchi amici. La nebbia si è alzata quanto basta per scoprire un caco spoglio di foglie e piegato sotto il peso dei frutti. Uscii nella Roosevelt avenue, Taipei, Taiwan. Un anno in cui
avevo tempo. Tre mesi di corso intensivo per ripianare il mio cinese parlato. La città è meno graziosa di altre, ma ha un garbo quasi
giapponese. Con i grandi viali riservati al traffico che limitano interi
quartieri all’interno dei quali le strade sono volutamente troppo strette per
ogni mezzo. E i vecchi scendono in strada, attaccano agli alberi di sofora le
gabbie di uccellini e merli. E seduti così, senza nulla da fare che guardarsi
intorno, salutano i passanti. “Sempre di fretta signora Li?” “E chi li va a prendere i bambini lao Fang? Una volta andava lei…” “Le gambe, signora, non sono più quelle di una volta.” “Ma la vedo ancora in forma… “ dice lei inforcando una
bicicletta e allontanandosi velocemente. È l’ultimo dell’anno. Chiamerò casa tra poco. I vecchi in
strada mi hanno già veduto andare due o tre volte. Mi salutano. Anche lao Fang,
a cui ho ordinato un sigillo in giada con il mio nome in cinese. “Non è pronto, professore” mi dice quando gli sono ormai
vicino. Ma sappiamo entrambi che potrà finire il lavoro solo dopo l’epifania. L’artigiano mi fa domande semplici, rispondo al meglio. Lui
mi incoraggia “Non è male il suo cinese, non è male.” Così, scambiandoci parole che sembrano ordinarie, scende la
sera e in fondo alla strada, là dove si apre uno squarcio di cielo, compare una
grande luna. Ancora pallida, quasi grigia. Con l’oscurità diventerà d’argento. “Lei è nato qui a Taipei?” chiedo. Sembra pensarci un po’. “No – mi ha detto un curatore alcuni giorni fa – Zhao Mengfu
non è esposto, non questa volta.” Alla mia insistenza ha infine detto: “Se vuole vedere tutta
la collezione deve venire quattro volte l’anno, per dodici anni…” Poi si è
messo a ridere e io mi sono calmato. “Ieri – dico a lao Fang – al museo ho visto un
dipinto bellissimo. Questo qui, ho la cartolina.” Lui guarda la bella riproduzione di Le cinque purezze di
Yun Shouping (1633-1690), un pittore della epoca Qing. C’è una grande, spettacolare luna. “Lei lo sa che sono cinque! – dice lao Fang –
cinque!” Indica con un dito un pino, un bambù, la prima fioritura di un pruno, l’acqua.
E la luna, naturalmente. È molto soddisfatto. “Sì – dico – bravo! I simboli di un carattere costante e
della purezza dei sentimenti.” Ma lao Fang non mi ascolta. Indica con un dito il pruno. Il vecchio tronco ritorto
sembra il relitto di un passato finito. Eppure è in fiore. “Per questo noi diciamo – signore – che la vecchiaia è la
primavera del letterato.” Sorrido, l’ho già sentita, più e più volte. Quando mi alzo è ormai freddo. Lao Fang sta
richiudendo la sedia a sdraio su cui ha sostato tutto il giorno. La luna è
grande e luminosa. Le luci in strada sono ancora spente. Mi fermo in strada, la
guardo per un po’. Penso ai miei figli lontani. A una persona che amo e che non
potrò vedere ancora per qualche giorno.
Domani montagne e
fiumi, di nuovo tra noi. |

Grazie Stefano. Viaggiare con te è bellissimo; e hai la capacità di farci viaggiare anche prima e dopo.
RispondiEliminaGrazie Franca, a presto!
EliminaGrazie molto affascinante
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