29. Stregoni, brujos e curanderos

da Bernabé Cobo, Historia de los Incas




Col nome di stregoni intendiamo tutti quelli che ricorrono alla superstizione e alle pratiche illecite per operare in modo strano e occulto, con l’aiuto del demonio, che invocano e con il quale stringono un patto palese o segreto dal quale trae forza la loro arte. I teologi sono soliti dare di questa diabolica attività quattro diverse definizioni: la prima, l’arte magica, si ha quando si pretende di ottenere qualche conoscenza o effetto miracoloso; la seconda, la divinazione, si ha quando si legge nel futuro o nelle cose presenti e passate che non è possibile conoscere per altre vie; la terza, la magia nera, si ha quando gli stregoni usano le loro conoscenze a danno di altri; questa è chiamata anche maleficio o stregoneria; la quarta, e ultima, è la semplice superstizione e si pratica non per fare del male ad altri ma per soddisfare qualche interesse o desiderio personale.

Fra gli indios vi erano stregoni abilissimi in tutti e quattro i rami della magia. Molti di essi ostentavano queste conoscenze e non avevano stretto alcun patto con il demonio, come invece accadeva di fatto con la maggior parte degli stregoni e dei guaritori. Questi ultimi con mezzi ridicoli e inefficaci ingannavano la gente, senza mai raggiungere i risultati che affermavano pubblicamente essere effetto dei loro poteri. Altri invece se la intendevano con il demonio.
Gli indios consideravano le pratiche divinatorie non solo lecite, ma addirittura utili e necessarie alla vita pubblica. Le esercitavano sia gli uomini che le donne; più comunemente gli uomini; e non c’era villaggio in cui non ci fosse un certo numero di indovini. Gli Incas ebbero sempre a Cuzco uomini abili in queste pratiche, che di solito provenivano dalla provincia di Cuntisuyo; da quando da lì era venuto un certo Galina, molto stimato nell’arte divinatoria. Tutti quelli che si occupavano di arti magiche erano incapaci di fare altro; erano poveri e di bassa origine; come la maggior parte degli stregoni, erano scelti dal capo di ogni villaggio tra quelli che non avevano più forza per lavorare. La nomina era preceduta da diverse cerimonie e rituali, disposti dagli stessi capi. Affidavano la pratica delle arti divinatorie a persone umili e bisognose e sempre considerarono questo incarico di poco conto, sebbene, in genere, tutti gli indios pretendessero di trarre vantaggi dalla magia e dalla stregoneria, e l’uso di queste arti fosse così comune e praticato che non intraprendevano nessuna cosa senza domandare prima l’esito agli indovini e agli stregoni. Di questo fatto davano spiegazioni poco soddisfacenti, tranne una spiegazione, che, a mio parere, si confà meglio alle loro abitudini e al loro modo di governare. Una delle leggi fondamentali degli Incas era, infatti, che nessuno dei sudditi stesse in ozio e che ciascuno dovesse avere un compito preciso all’interno della società. Dal momento che reputavano necessaria la funzione degli stregoni, gli Incas avevano ordinato che praticassero le arti magiche quelli che, per età o condizione, non potevano fare altro. Ma si deve anche supporre che nessuna magia, lettura della sorte o altra pratica, che competeva a questi stregoni, potesse avere inizio senza qualche sacrificio di poca o grande importanza, secondo il rango della persona e le ragioni per cui si faceva; tra gli animali sacrificavano quanti sembravano loro sufficienti; il resto serviva per il sostentamento degli stregoni. Dicevano infatti che, siccome non avevano forze sufficienti per lavorare, era giusto che fosse loro assegnato un compito con cui potessero sostentarsi. Questa era un’altra delle ragioni che davano del fatto. A questa aggiungevano ancora un’altra ragione a mio parere abbastanza fondata: il Viracocha – rattristato per la miseria e la fame che affliggeva i vecchi e i poveri – si adoperava affinché le loro profezie fossero certe; in questo modo tutti si sarebbero rivolti a loro e la pratica delle arti magiche avrebbe posto rimedio al loro stato di indigenza. A mio parere, il motivo fondamentale di tutte queste giustificazioni è la scarsa o nessuna carità dimostrata verso gli altri; non si prendeva infatti nessuna misura per assistere i vecchi, i poveri e gli invalidi.


Era dunque consentito a uomini e donne di praticare le arti magiche; solo con queste, i poveri non più in grado di lavorare e privi di altri mezzi, potevano sostentarsi; non c’è da stupirsi dunque che fossero veramente in tanti a praticarle. Erano così numerosi che, come racconta il dottor Polo Ondegardo nella sua Relación, nel caso dell’indagine che dietro sua richiesta fecero i governatori indios a Cuzco, vennero portati davanti a lui, ciascuno con gli strumenti che adoperava, quattrocentosettantacinque tra uomini e donne di quella città che non avevano altro lavoro.
Sebbene a tutti fosse permesso trarre auspici per sé, solo coloro che erano stati nominati pubblici ufficiali dai caciques e vivevano di questa occupazione, potevano divinare per gli altri. In questo lavoro succedeva come in ogni altro: alcuni erano più abili nel parlare, nel dire menzogne e nell’esagerare il rito della divinazione; naturalmente essi guadagnavano più degli altri, perché molta più gente si rivolgeva a loro. Praticavano le loro arti con vari artifici e strumenti: di solito si servivano di granoturco, di fagioli e di certe pietruzze nere e di altri colori. Alla morte dello stregone i suoi successori custodivano con grande cura queste pietruzze; quando poi erano divenuti vecchi, le utilizzavano nelle loro pratiche.
Non è facile raccontare il modo in cui dicevano di essersi procurati quelle pietre; alcuni infatti affermavano che erano state date loro, o ai loro avi, dal tuono; altri da una qualche huaca; altri ancora dicevano che di notte un defunto era venuto a portarle loro mentre dormivano. Alcune donne poi facevano credere di essere state fecondate dal tuono, durante una tempesta, mentre si trovavano all’aperto, e di avere poi partorito le pietre tra grandi dolori, al termine di nove mesi; affermavano inoltre che in sogno era stato loro detto che le predizioni fatte con quelle pietre sarebbero state sicure. In questo modo facevano intendere mille altre fandonie simili. E così, per il bisogno di alcuni e per la felicità di altri, con l’aiuto del demonio, sono stati introdotti in questo regno usi molto dannosi e difficili da estirpare, come ha dimostrato l’esperienza.
Per predire la sorte, gli indovini usavano certi grossi ragni imprigionati in recipienti ben chiusi, davano loro, per tenerli in vita, del cibo. Se veniva qualcuno a interrogarli sull’esito di qualcosa da intraprendere, dopo avere compiuto un sacrificio, aprivano il recipiente: se il ragno aveva una delle zampe rattrappite, era segno che l’esito sarebbe stato cattivo, se aveva invece tutte le zampe distese e bene in vista, l’esito sarebbe stato buono. Questo genere di stregoneria era di solito praticato da quelli della provincia di Chinchaysuyo, dove i ragni erano tenuti in grande venerazione. Altrove si servivano per lo stesso uso di serpi o di altri animali. Taluni usavano sistemi diversi per interrogare il futuro: masticavano coca e ne sputavano il succo sul palmo della mano. Poi stendevano le due dita più lunghe: se lo sputo cadeva in eguale quantità da tutte e due le parti, dicevano che l’esito sarebbe stato buono; se cadeva da una parte sola, cattivo; prima di questa prova anche essi facevano sacrifici e adoravano il sole. Altri ancora erano soliti uccidere uccelli, montoni o agnelli, soffiando in una certa vena dei polmoni: affermavano di trovare lì i segni attraverso i quali indovinare il futuro. Talvolta, con questo stesso fine, bruciavano il grasso dei montoni misto a coca: dicevano di riconoscere, da un certo umore che ne usciva e da altri segni che vedevano mentre bruciava, il futuro di coloro che li consultavano. Gli indios si facevano predire la sorte per tutte le cose che dovevano intraprendere, come la semina, il raccolto e i viaggi: o anche quando dovevano costruirsi la casa, si sposavano o lasciavano la moglie; prima della foratura delle orecchie e di tutte le cerimonie che accompagnano questo rito, prima di andare alla guerra e iniziare tutti gli altri affari.Così non intraprendevano nulla senza prima avere interrogato la sorte e fatto il sacrificio o viceversa; colui che interrogava la sorte rendeva prima omaggio alle huacas; in particolare a quella di un villaggio, di una tribù o sua personale, alla quale si offrivano anche sacrifici. Non interrogavano la sorte soltanto per sapere l’esito delle cose, ma anche per conoscere quali sacrifici avrebbero gradito Viracocha, il sole o qualunque altro dei loro dei ai quali volevano richiedere qualcosa, secondo la qualità della richiesta, poiché mai intraprendevano nulla senza prima interrogare la sorte e sacrificare agli dei.

Ed era ridicolo il candore con cui gli indios credevano a queste storie ingenue. Se si domanda loro se in qualche occasione non hanno seminato perché la sorte si presentava cattiva, rispondono che gli oracoli hanno sempre detto loro di seminare; ma nonostante ciò non hanno mai trascurato di interrogare la sorte, contenti e sicuri che venisse detta loro la verità.

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