39. Attraversando la Persia meridionale, di C. BABIN e F. IIOUSSAY*. 1885. — TEXTE ET DESSINS INÉDITS. Le Tour du Monde, 1892, vol.II

 di  C. BABIN e F. IIOUSSAY*. 1885. — TEXTE ET DESSINS INÉDITS. Le Tour du Monde, 1892, vol.II

 


All’alba lasciamo il villaggio; un arabo si offre di farci da guida. I suoi abiti sono ridotti al minimo per non stuzzicare l’avidità dei nomadi. Mentre cammina si appoggia a un enorme bastone, ci raccomanda di non allontanarci dai bagagli e, per accelerare il passo, sale su uno degli animali; il charvadar (mulattiere) si affretta a imitarlo, senza curarsi di affaticare i suoi cari muli. Ha tolto i campanellini dai collari affinché il nostro passaggio non venga annunciato da lontano.

Il sentiero risale l’ampia valle del Kourdistan, delimitata a sud da una piccola catena di colline, a nord dalle montagne dei Bakhtyari. Non si vede per niente il fiume, ma la fitta foresta di salici e canne che costeggiamo ne indica la vicinanza. Di tanto in tanto, arabi seminudi e armati di fucili escono dai cespugli e si uniscono a noi. I loro volti non hanno nulla di rassicurante e faremmo volentieri a meno della loro compagnia. Forse sono i nostri visitatori della notte.

All’improvviso un branco di cinghiali attraversa il sentiero a trenta passi da noi. «Spara, spara!» dicono gli arabi. — «Dopo di voi, signori arabi.» Spara davvero, ma i proiettili finiscono a terra a venti metri di distanza. I cinghiali scompaiono tra l’erba. Gli arabi si fermano per ricaricare i fucili; noi approfittiamo di questo incidente per guadagnare terreno e seminare la compagnia.

«Avete fatto bene», dice il mulattiere, «a tenere le armi cariche e a non colpire i cinghiali: gli arabi non aspettavano altro che questo per uccidervi».

Il coraggioso Dizfouli non è affatto rassicurato, ritrova un po’ di calma solo dopo aver lasciato il bosco di salici.

 



A qualche miglio da Sultanabad incontriamo un villaggio; è abitato, cosa che ci sembra davvero straordinaria. Le case di terra sono ben tenute. Un piccolo ruscello attraversa un grazioso boschetto di palme e melograni in fiore che ci ricorda i giardini di Ram-Hormuz; al centro del corso d’acqua si erge un enorme albero di giuggiolo, il più bello che abbiamo visto nella Persia meridionale. In questo punto, la valle del Kourdistan è larga 7 chilometri, il fiume si trova a 2 chilometri a sud, mentre i canali di irrigazione convogliano l’acqua nella pianura. La sicurezza della regione sembra maggiore, poiché ovunque si estendono a perdita d’occhio le coltivazioni di frumento e orzo; la campagna è costellata da gruppi di palme il cui verde contrasta con l’oro delle spighe. È tempo di mietitura. Gli abitanti abbandonano i villaggi e si stabiliscono in mezzo ai loro campi. Viene allestito un accampamento provvisorio; capanne di rami e brandelli di tende ospitano i mietitori e le loro famiglie. Tutta questa gente sembra molto selvaggia: le donne e i bambini si nascondono al nostro avvicinarsi.




Da alcuni giorni notiamo un cambiamento notevole nei costumi degli indigeni. Non è più l’arabo perennemente in movimento, che vive in modo nomade e si sposta man mano che l’erba scompare davanti alle sue mandrie; qui l’uomo è legato alla terra e stabilisce la propria dimora vicino al campo che coltiva. La popolazione è il risultato dell’incrocio tra le due razze, araba e persiana. Si parla soprattutto arabo, ma si capisce anche il persiano, cosa che non avviene affatto a Ram-Hormuz. Coraggiosi e audaci come gli arabi, gli abitanti di questa regione hanno preso in prestito dai Farsi del sud il loro aspetto affabile e cortese. Più dissimulatori, ancora più falsi di questi ultimi, non si fermano davanti a nulla per soddisfare i loro istinti di furto e saccheggio.

A 20 chilometri da Sultanabad si trova Djeizoun; da lontano si scorge un gruppo di palme e la punta bianca di un imamzadeh (santuario); poco più in là, il villaggio. Lo sceicco ci offre ospitalità nella sua casa. Djeizoun segna il confine dei possedimenti dell’emiro Abdoullah, di Ram-Hormuz; il sud dipende dalla provincia di Behbahan.

In lontananza, a est, la nostra guida ci indica una macchia verde: è Fil-Khanè (Casa dell’Elefante), dove si trovano sorgenti di bitume. Questa sostanza è un rimedio molto rinomato in Persia: viene impiegata nelle paralisi, contro i morsi degli scorpioni, per le fratture degli arti, le contusioni, ecc. I persiani assumono pillole di bitume per darsi coraggio; lo usano per fare frizioni sugli arti fratturati e credono che in questo modo vi si faccia penetrare la forza: basta un giorno, a quanto dicono, per rimettere a posto la zampa rotta di un pollo.

Il bitume di Djeizoun non sembra essere di ottima qualità, a giudicare dal gran numero di malati che vengono ad assediarci. Impossibile chiudere occhio, l’intero villaggio sfilava davanti a noi. I medici, o meglio coloro che si spacciano per tali, non mancano certo tra i persiani, ma le loro cure costano molto care, mentre i nostri rimedi sono gratuiti: da qui deriva il nostro successo. Coloro che non sono ancora affetti dalla malattia chiedono il medicinale che li guarirà da una futura malattia; non lo rifiutiamo a nessuno.

Uno dei nostri ospiti, desideroso di imparare, ci chiede se siamo medici o chirurghi.

«Che differenza ci vedi tra le due professioni?

— Per essere medico», dice, «bisogna saper leggere e scrivere; per essere chirurgo, invece, non serve.»

Se queste condizioni sono sufficienti, possiamo definirci dottori ed esercitare la medicina senza timore!

 

Nel frattempo, il soldato persiano che si è unito a noi si concede il piacere di fumare oppio. Questa abitudine è diffusa tra i soldati. Nel XVII secolo, poiché Shah Abbas II aveva vietato il vino nel suo esercito, l’uso dell’oppio divenne così diffuso che dovette proibire, sotto pena di morte, la sua vendita o il suo acquisto. Molti persiani ne assumono delle pillole. Più raramente lo fumano in una pipa corta; il fumo non passa attraverso l’acqua come nel narghilè; gli effetti non tardano a manifestarsi: insonnia, inappetenza, allucinazioni ne sono la conseguenza; il nostro vicino è un teriaki della peggior specie.

La carovana si è ingrossata ancora di un uomo degno che viaggia sul suo asino. Ci ha seguiti discretamente senza proferire parola. Se continua così, quando arriveremo a Shiraz avremo un intero esercito sotto la nostra protezione. Verso mezzanotte riprendiamo la marcia sotto la guida di un cavaliere di Djeizoun. Bisogna prima costeggiare un boschetto di canne che crescono rigogliose in un canale di irrigazione abbandonato. All’improvviso tre o quattro arabi in stracci balzano sul sentiero, afferrano l’asino del soldato e lo trascinano via. Il cavaliere crede senza dubbio che ciò faccia parte del suo sogno da oppio e si lascia trascinare via dal suo asino senza nemmeno fare un gesto. Bisogna liberarlo! Qualche vigoroso colpo di calcio della carabina sferrato a caso su teste e spalle mette in fuga la piccola banda.

Meno di un quarto d’ora dopo, un grido di terrore: «Saheb, ecco gli arabi!» Ci guardiamo intorno da tutte le parti, stupiti da un ritorno all’attacco di coloro che abbiamo appena malmenato. Niente! Non c’è proprio nulla. È il nostro teriaki che ripensa all’aggressione passata e che questa volta la crede reale. Davvero pittoresco, questo compagno di viaggio!

La nuova recluta è sempre silenziosa. Quello che è appena successo non sembra averla commossa, almeno non ha manifestato nulla. Cerchiamo di fare conversazione, è sempre istruttivo; impossibile, nessuna risposta. Forse quest’uomo ha espresso un desiderio; sembra stare bene, lasciamolo seguire il convoglio.

Dopo un breve tratto di terreno argilloso, l’aspetto del paesaggio cambia di nuovo: niente più abitazioni, palme, coltivazioni. Su un terreno sassoso cresce un'erba bassa; la pianura è costellata di cespugli spinosi di konar (giuggioli) che fungono da riparo a stormi di uccelli che il nostro passaggio fa alzare in volo. In lontananza, abbaiare prolungato indica la presenza di un accampamento; a tratti una sorta di lamento lugubre, simile al verso di un gufo, ci giunge dalle rive lontane del fiume: è il richiamo dei guardiani dei bufali che radunano gli animali del loro gregge.

Tutti questi rumori, il tintinnio dei campanelli dei muli, l’andatura cadenzata dei cavalli, non riescono affatto a vincere il sonno che ci assale. Un’esclamazione del mulattiere ci strappa dal nostro torpore. Un gruppo di cavalieri si avvicina a noi. È una piccola banda di predoni che torna dopo una spedizione coronata da successo. Alcuni bufali rubati a una tribù vicina camminano davanti a loro a passo accelerato. Il brigantaggio non esclude la cortesia: passando, ci augurano buona notte e buon viaggio.

Tuttavia la guida comincia a ritenere di averci indicato la strada a sufficienza; più volte vuole fermare il convoglio e dormire fino all’alba; noi ci opponiamo con energia. Dopo un po’ di tempo sfugge alla nostra sorveglianza, scompare e ci lascia soli in mezzo alla pianura. Proprio in quel momento i sentieri si moltiplicano; uno di essi ci conduce in fondo a un burrone dove scorre un piccolo ruscello. Lo attraversiamo, ma non sappiamo come uscire da questa gola dalle pareti a strapiombo. In alto è arroccato un villaggio. I nostri servitori chiamano per chiedere indicazioni: appare un uomo, ci dà dei turchi e torna a casa sua. Questo insulto sanguinario non ci tocca granché, ma non è così per i nostri servitori, e Mahmoud risponde con questa originale maledizione: «Figlio di un dannato, che Allah gli ingiallisca il volto!»

Il pellegrino (è forse un pellegrino?) che ci accompagna da Djeizoun, sembra conoscere il paese. Si agita, fa dei gesti, ma senza dire nulla. —

Sarebbe il suo desiderio, senza dubbio! — Questa volta la situazione è grave, insistiamo affinché dica ciò che sembra sapere; la sua agitazione cresce ancora e sfocia in un’esplosione di grida inarticolate. Va bene, d’accordo! È un muto.

La cosa più saggia da fare è aspettare l’alba; scendiamo da cavallo e ci distendiamo su un banco di piccoli ciottoli levigati in riva al torrente; è un letto eccellente dopo una notte faticosa. Presto spunta il giorno e ci permette di uscire dalla gola. La temperatura sale rapidamente: per fortuna raggiungiamo il villaggio di Kourdistan in tempo per evitare un colpo di calore.

Fata-agha, il capo del villaggio, ci offre ospitalità in una grande casa circondata da alte mura imbiancate a calce. Da molto tempo non godevamo di una simile tranquillità: niente più arabi a infastidirci con le loro richieste o a guardarci dormire. Solo in serata riceviamo la visita di Fata-agha e di un ricco persiano di Behbahan che ha saputo del nostro arrivo; ci interrogano a lungo sui costumi e le usanze del nostro paese; molto tolleranti, parlano senza passione delle questioni religiose. La forma del nostro governo li interessa molto. Tra i presenti c’è un poeta viaggiatore che ci recita alcuni dei suoi brani migliori. Questo piacere non è raro in Persia; chiunque abbia ricevuto un po’ di istruzione e nutra un certo gusto per la vita nomade del trovatore, va di città in città a cantare le lodi di coloro che gli offrono vitto e alloggio. Questi poeti sono sempre ben accolti e sicuri di suscitare interesse diffondendo le notizie in questo paese abbastanza isolato da non avere giornali!

Ma il sole è tramontato, è l’ora della preghiera. Dall’alto di una terrazza un mullah chiama i fedeli. Fata-agha si ritira a casa sua.

Qualche ora dopo, tamburelli e tam-tam ci giungono con i loro suoni più gioiosi che melodiosi. Il rumore proviene dall’andéroun, la parte della dimora riservata alle donne. Sembra che sia l’eco di una piccola festa intima che il nostro ospite sta organizzando in onore di una nuova sposa.

«Quanti anni ha il tuo padrone?», chiediamo a un giovane servitore.

—    Era vecchio.

—    Come, era? È ringiovanito di recente?

—    Ma certo.

—    E con quale metodo? »

Il ragazzo ci guarda con quell’espressione che in tutte le lingue significa «Che stupidi!», ma si degna comunque di rispondere:

«La donna che ha appena sposato è giovanissima. »

In effetti, ne avevamo già sentito parlare; è infatti una credenza piuttosto diffusa in Oriente che l’anziano ringiovanisca sposando una ragazza giovane, mentre questa invecchia.

Behbahan dista ormai solo 20 chilometri. All’alba lasciamo il Kurdistan. Il Jarrahi è facilmente guadabile. Per raggiungere poi Behbahan bisogna fare lunghe deviazioni in mezzo a boschi di palme e risaie allagate. Dopo alcune ore di cammino, compaiono finalmente le case grigie della città: si stagliano con forza contro l’azzurro chiaro della montagna, dai contorni ben definiti, che da quel lato fa da sfondo al paesaggio. Avanziamo in mezzo a piantagioni ben curate di cotone e tabacco. Queste dipendono da Baghé-Gol, il Giardino delle Rose, un piccolo villaggio sperduto nel verde che lasciamo alla nostra destra.

Dopo le dure e pericolose tappe in montagna e nei dintorni di Ram-Hormuz, non vediamo l’ora di arrivare in questa città, e il nostro desiderio è alimentato da tutto ciò che ci viene raccontato da alcuni giorni a questa parte. Ci sono bazar così ben riforniti di frutta meravigliosa!

Alcune cupole, i cui mattoni smaltati scintillano al sole del mattino, ci fanno credere alla realtà di una città prospera. Dovremo restare qui qualche giorno. È lontana dalle strade trafficate; avremo sia un riposo relativamente confortevole sia l’interessante opportunità di conoscere una popolazione veramente persiana, più civile e meno fanatica di quella di Dizfoul o di Shushtar, e altrettanto al riparo dalle importazioni europee che stonano nel quadro generale. Ahimè! Queste cupole non sono altro che testimoni di uno splendore passato, ormai completamente svanito. È più in rovina di Shushtar, quasi quanto Ram-Hormuz. La città è il più mal rifornita possibile, nonostante sia il centro di una regione agricola.

 

Circa trent’anni fa, il colera ne segnò l’inizio della rovina; i governatori persiani ne completarono la distruzione con tasse eccessive; oggi conta a malapena 4.000 abitanti. Era circondata da mura con torri e bastioni; a sud-est si trovava la fortezza; di tutte queste difese rimane solo una porta, il cui ingresso è sorvegliato da alcuni soldati malridotti. È anche il posto di controllo doganale, ma per persone della nostra condizione non vi è alcuna dogana; i nostri servitori hanno detto che siamo portatori di una lettera del principe Zellè Sultan: immediatamente i soldati si precipitano sui loro fucili arrugginiti e presentano le armi; uno di loro si offre di accompagnarci dal governatore; non è inutile, poiché ogni traccia di strade è scomparsa; si direbbe che la città sia stata appena bombardata o distrutta da un terremoto.

Finalmente arriviamo; ci fanno entrare nella sala di ricevimento; il padrone di casa sta trattando in quel momento un affare importante e ci prega di scusarlo; nel frattempo, ci vengono portati il tradizionale ghalian e sorbetti di ogni tipo.

Il governatore è un persiano di Shiraz, molto distinto, che usa una cortesia colta e ricercata, insomma uno di quegli uomini con cui è un vero piacere trascorrere quarantotto ore. «La mia casa è a vostra disposizione», dice per concludere, «potete disporre di tutto». »

Constatiamo con piacere che è possibile accedere al giardino, e non è sempre così, poiché spesso fa parte dell’harem. A dire il vero, questo giardino ci sembra un po’ borghese rispetto ai boschetti di Ram-Hormuz. I viali sono ben curati e le fantasie della natura ridotte a proporzioni adeguate. Ma non è stato possibile privare i melograni del verde brillante delle loro foglie, né dello scarlatto dei loro fiori, e i boschetti di gelsomino, nonostante il loro aspetto ordinato, riempiono l’aria del loro profumo esuberante.

L’ospitalità orientale ben intesa comprende vitto e alloggio. Il khan non ha mancato di rispettare l’usanza, e vediamo arrivare i nostri pasti serviti alla persiana: tutte le pietanze insieme su un grande vassoio; un piatto di riso e due o tre tipi di carne arrosto o in umido, poi un gran numero di ciotole piene di salse varie, in modo da poter cambiare più volte il condimento durante il pasto.

La delusione che abbiamo provato arrivando qui non svanisce; non abbiamo molta voglia di prolungare il nostro soggiorno. Nonostante il suo stato di rovina, la città è ancora la più importante di questa regione, importante soprattutto come centro commerciale. Piccole carovane vi trasportano il grano raccolto nella valle del Kourdistan, che abbiamo appena visto animata dall’attività della mietitura; poi, grandi convogli lo trasportano verso Bender-Dilem, sul Golfo Persico; le navi lo consegnano quindi agli inglesi a Bender-Bouchyr o a Bassora. Questo commercio deve ancora procurare qualche profitto, poiché lo stesso governatore di Behbahan non esita a servorsene così ad aumentare le modeste entrate che ricava dalle imposte; più volte alla settimana, egli guida numerose carovane verso Bender-Dilem; possiede più di duecento muli.

A circa 15 chilometri a nord di Behbahan si trovano le rovine dell’antica città di Erradjàn o Arjàn. Secondo gli autori persiani, fu costruita nel V secolo d.C. da Qobad ben Firouz, padre di Anushirvan il Giusto, il grande Ghosroès.

Frammenti di ceramica, mattoni sparsi sul terreno e pietre ammucchiate: è tutto ciò che resta di Arjân!

 

Da Behbahan a Shiraz, attraverso la pianura di Lichter, ci sono dieci tappe. Questa strada fu percorsa dai due grandi conquistatori della Persia, Alessandro e Tamerlano, a distanza di diciassette secoli l’uno dall’altro. Entrambi avevano più o meno lo stesso obiettivo. Nel IV secolo a.C., Alessandro, dopo aver sottomesso i Susi e sconfitto gli Uxii, si dirigeva verso Persepoli, che custodiva parte dei tesori della Persia. Nel XIV secolo, Persepoli era ormai da tempo in rovina; Shiraz ne aveva ereditato la gloria, e fu proprio per punire la sua rivolta che Tamerlano vi si recò da Shushtar.

Lungo questa strada si trovano le Pyle persiane, che fermarono per un istante i due eserciti, e nelle loro vicinanze si trova la splendida valle di Ghahbevân, uno dei paradisi terrestri, «dove i lamenti della colomba cinerea rispondevano ai dolci accenti delle cantanti», secondo quanto raccontano i poeti d’Oriente.

Da Susa seguiamo più o meno l’itinerario di Alessandro: il nostro desiderio più ardente sarebbe quello di proseguire il suo percorso fino a Persepoli, ma dobbiamo rinunciarvi. «È da un mese», dice il governatore, «che le carovane non si recano più a Shiraz: gli arabi della pianura di Lichter, respinti dal caldo, hanno abbandonato i loro accampamenti invernali per rifugiarsi in montagna; i leoni della pianura, non avendo più greggi da depredare, sono diventati molto pericolosi, e l’ultima carovana ha perso tre muli che essi hanno divorato. «Mi assumo la responsabilità delle vostre preziose vite e non posso permettervi di intraprendere questa strada; vi farò scortare fino a Ben-der-Dilem, in riva al mare; da lì raggiungerete facilmente Shiraz.»

Sarebbe poco prudente avventurarsi in una regione deserta, dove si rischierebbe di non trovare né viveri né riparo dal sole: ci dirigeremo quindi verso il Golfo Persico. Il nostro mulattiere è entusiasta di questa soluzione: è fin troppo felice di essere sfuggito agli arabi di Ram-Hormuz e non desidera affatto correre altre avventure. Troviamo in questa combinazione il vantaggio di poter visitare, di passaggio, le rovine di Cliapour.

Il 10 giugno, alle quattro del pomeriggio, muniti di una lettera del governatore indirizzata al capo di un distaccamento di tofangehis, incaricati di scortare le carovane durante l’attraversamento di una gola ritenuta pericolosa, lasciamo Behbahan. Pensando di fermarci per tutta la notte, ci fermiamo a riempire le nostre otri in riva a un pozzo da cui si domina alle nostre spalle la città che abbiamo appena lasciato. Che magica illusione creano la distanza e la dolce luce della sera! Visto da questo punto, quell’ammasso di rovine sembra un luogo incantevole. Non si vedono più le terrazze crollate, e le case in rovina formano solo buche piene di ombra blu che ravviva il rosa delicato delle facciate illuminate. Le cupole scintillano come l’altro maligno con i ricchi colori delle loro maioliche; quel giorno erano come un richiamo a speranze deluse da allora, susciteranno forse ora dei rimpianti?

Andiamo! Le otri sono piene; avanti! Verso sera arriviamo al posto di guardia dei tofangehis, ovvero i fucilieri. Si tratta di soldati irregolari incaricati della sorveglianza delle strade; questi posti non sono molto numerosi, e ne abbiamo incontrati appena tre o quattro in tutta la Persia; ma a volte dei distaccamenti, pagati dai mulattieri o dai commercianti proprietari dei carichi, scortano le carovane lungo tutto il loro percorso, in particolare nell’Arabislan.

 Inutile dire che molto spesso le carovane vengono comunque derubate.

I tofangehi che incontriamo oggi sembrano invece prendere il loro servizio molto sul serio. Avremmo fatto molto meglio a tenere in tasca l’ordine che avevamo per loro: ci avrebbe esposti a troppe premure da parte loro.

Si sono costruiti lì un piccolo villaggio di capanne e vi hanno trasportato tutto il loro equipaggiamento e le loro famiglie.

«C’è un uomo disposto a partire con noi?

— Un uomo, Saheb, ma non si avventurano mai in questa gola se non in sei o sette insieme, e ben armati.

— Uno solo ci basta, lo difenderemo.

—          E per tornare indietro?... Tra due ore al massimo la scorta sarà pronta, riposatevi vicino a noi, partirete più riposati.»

Con queste tappe notturne c’è sempre un deficit di sonno; la tentazione era forte, ed eccoci distesi per terra.

Un rintocco di campanelli ci sveglia: è una carovana che esce dalla gola.

«Beh, ora ci sono degli uomini qui. Partiamo?

—          Sono troppo stanchi e hanno bisogno di qualche ora di riposo.» Rimandiamo a domani mattina; ritroviamo il gusto per quel sonno notturno che non avevamo apprezzato al giusto valore nei tempi in cui avevamo un letto ogni sera e l’abitudine, se non il dovere, di coricarci lì. Così, dimenticando ogni partenza e ogni carovana, lanciamo un ultimo sguardo alla bella notte limpida e stellata per riaprire gli occhi solo all’alba.

Non partiamo ancora. Vale davvero la pena lasciare che il malumore venga a rovinare le fresche impressioni di questa mattinata? Aspettiamo ancora un po’. —Aspettammo fino a sera, girando intorno a uno scoglio per seguire la piccola macchia d’ombra che proiettava, e godendoci la calma di quel luogo deserto, con la mente libera da tutte le conversazioni insensate che avevamo dovuto sostenere lungo il cammino, non tanto per necessità quanto per curiosità di penetrare in quelle menti rudimentali. Davanti a noi c’è una minuscola pianura irta di grandi cardi; in fondo, l’imbocco della gola, che sembra una frattura nella montagna.

La sera, dopo aver comunque visto abbastanza di tutto ciò, facciamo caricare i muli e via! Il capo dei lofangcliis si precipita verso di noi, supplicandoci di restare finché la scorta non sia pronta. Niente da fare, siamo partiti; vedremo bene cosa ci riserva questo lang. Appena entrati tra le due pareti a strapiombo che racchiudono molto strettamente il sentiero, alcuni uomini armati ci raggiungono correndo a gambe levate, poi si mettono in marcia al nostro fianco. Cavalchiamo tutta la notte in questa gola, una notte soffocante, senza brezza, nient’altro che buio intorno a noi, tranne, sopra le nostre teste, una rada striscia di stelle. I tofang-chis sono sempre all’erta, girando intorno ai grossi massi, ispezionando i cespugli.  Sembra che la presenza dei «tagliatori di caviglie» in questi «tagliagole» sia una cosa seria. In alcuni punti, piccole sorgenti gorgogliano ai bordi del sentiero, si espandono e bagnano grandi distese di canneti. Un tratto, insomma, molto pittoresco, dove nulla turba la nostra tranquillità.

 

La gola termina bruscamente come era iniziata e sbocca su un piccolo altopiano, che si può attraversare in meno di un’ora. Si interrompe bruscamente sul lato del mare, formando una sorta di terrazza che domina di 500 metri la vasta pianura di Zeiloun (Olivier). Quella pianura forma, ai piedi della montagna, una grande striscia verdeggiante. All’alba i dettagli ci sfuggono un po’; si distingue tuttavia il corso di un grande fiume che la attraversa in tutta la sua lunghezza. Esso nasce dalla confluenza dell’Ah Ghirin (Acqua Dolce) e dell’Ah Choûr (Acqua Salmastra), fiumi che, entrambi, irrigano la pianura di Lichter.

Dobbiamo scendere dalla nostra terrazza. Il sentiero è estremamente ripido, profondamente incassato nelle marne, circondato da prodigiosi canaloni, veri e propri precipizi. Il terreno è completamente spoglio: nessuna traccia di vegetazione rallegra lo sguardo.

Ancora uno di quei cambiamenti di panorama di cui questo paese abbonda. Al termine di questa discesa pittoresca, selvaggia e persino pericolosa quando occorre trattenere un cavallo, sbocchiamo all’improvviso nella pianura, i cui dettagli appaiono allora. Ovunque campi coltivati, risaie, ricche oasi di palme, villaggi dove troviamo viveri in abbondanza. È doloroso bruciare questa tappa, ma quella di domani sarebbe eccessiva se non attraversassimo il fiume proprio oggi.

Le sue acque verdi e impetuose formano una striscia scintillante che luccica al sole tra due ampie sponde di ciottoli dove crescono alcune oleandri e alcuni esili tamerici, troppo spesso inondati dal fiume, che li ricopre ad ogni piena del ptinlemps, allo scioglimento delle nevi, o in autunno, nella stagione delle piogge. Una luce abbagliante inonda tutta questa solitudine. E le rive di questo fiume regale sono deserte, mentre noi ci accalchiamo sulle rive nebbiose dei nostri!

Ecco tre uomini accovacciati accanto a un piccolo fuoco.

 Perché un fuoco in questo luogo torrido? Semplicemente per poter offrire qualche carbone ai viaggiatori che desiderano fumare un po’ di ghalian durante i preparativi per la traversata. È quella che si può definire un’idea eccellente. Cominciamo davvero a guardare il mondo con lo stesso occhio di queste popolazioni, tra le quali abbiamo visto tanti miserabili e così pochi sfortunati.

 Andiamo a preparare il kellec, una zattera costituita da una leggera graticciata che poggia su otri gonfi d’aria: tale è il mezzo utilizzato fin dall’antichità per attraversare i fiumi non guadabili. Nel frattempo il fumo del nostro ghalian gorgoglia nel serbatoio pieno d’acqua o sale blu verso il cielo; il mormorio dell’acqua che lambisce i ciottoli offre una sorta di accompagnamento sonoro alla calma grandiosa del panorama che si dispiega davanti ai nostri occhi. All’estremità della pianura, costellata di oasi e che intravediamo tra due oleandri, si erge la montagna da cui siamo scesi questa mattina.

 Nella calda luce che la inonda, si staglia con le sue tonalità gialle e rosse sull’intenso blu del cielo. L’aria è di una limpidezza inaudita: non fluttua nemmeno un velo di nebbia, non scivola nemmeno un alito, tutto è immobilità e trasparenza.

Nel frattempo i traghettatori ci invitano a salire sulla loro piccola imbarcazione. Uno di loro si accovaccia a prua e rema con una pagaia; la corrente ci porta alla deriva; poco importa se approdiamo più a monte o più a valle, purché sia dall’altra parte; infatti, la riva opposta, mentre ci sfreccia davanti, si avvicina... ci siamo. Il kellec torna indietro e viene trascinato dalla corrente per la stessa distanza. Allora gli altri due compagni, il cui ruolo non ci era ancora chiaro, tirano fuori dall’acqua la zattera e la riportano a spalla lungo la riva fino al primo punto di imbarco. Poi, per non affaticarsi inutilmente, si mettono in acqua e, nuotando con calma, si lasciano trasportare fino al punto in cui devono riprendere il lavoro. Ci vogliono diversi giorni per fare passare una grande carovana: noi ne eravamo già oltre dopo poche ore.

Sull’altra riva, nessun villaggio; qua e là sono spuntati alcuni rari alberi di giuggiolo; ci sistemiamo sotto uno di essi, ma ora il sonno non arriverà, soffocati come siamo da un caldo torrido, improvviso, caldo e secco, che brucia la pelle.

Il 13 giugno, alle 10 di sera, iniziamo ancora una tappa in terre deserte e poco o per nulla frequentate dalle carovane.

Dopo alcuni chilometri, l’altopiano viene nuovamente interrotto bruscamente. È una vera e propria scalinata gigantesca quella che dobbiamo scendere. Meno ripido di quello di ieri, il sentiero si addentra, alla fine del pendio, in una gola straordinariamente selvaggia. Qui si soffoca letteralmente. L’aria è immobile e pesante, la notte del tutto densa. Le due pareti a strapiombo non distano più di 15-20 metri l’una dall’altra, e questo stretto fondovalle è inoltre ingombro di detriti e massi staccatisi dalle pareti. È quindi con vero sollievo che sbocchiamo in una pianura tutta illuminata dal sole nascente e spazzata da una brezza fresca (pii proveniente dal mare. Rigorosamente spoglia e di un giallo uniforme, è delimitata all’orizzonte da una linea verde che è il Golfo Persico. La cittadina di Bender-Dilem, con le sue case raggruppate attorno a quella del khan – una grande costruzione fiancheggiata da torri e simile a una fortezza – si profila in lontananza. Alcune palme si stagliano con grazia sul panorama.

Troviamo rifugio in una vasta sala della dimora del khan. La parete è perforata da numerosi fori all’altezza del pavimento, e una corrente d’aria fresca e costante ci circonda. Il caldo opprimente dell’Arabistan è qui temperato dalla brezza marina.

 

Il piccolo porto, piuttosto importante come scalo per il cabotaggio tra l’India, la Persia e la Turchia asiatica, è pieno zeppo di straordinarie imbarcazioni, la cui poppa molto alta è sovraccarica di ornamenti in legno intagliato.

Mirza Abdoullah Khan, il governatore della città, è un grande commerciante. La sera, sulla sua terrazza che domina il mare, i suoi numerosi intendenti vengono uno ad uno a rendere conto del proprio operato, mentre i segretari ne prendono nota. Sembra una casa di commercio europea; ognuno arriva, espone subito il motivo della propria visita e se ne va — basta con quelle lunghe e complicate formalità che sono solo una perdita di tempo. —Ma i registri vengono chiusi, si accendono i ghalians e, per molto tempo, senza preoccupazioni apparenti, tutti questi uomini fumano e conversano nella notte tiepida e chiara, immobili in riva alle onde che sciabordano ai loro piedi; ed ecco che ritorna la serena visione dell’Oriente, così come lo conosciamo oggi.


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