34. Atmosfera della città
Da Jorge Amado, Bahia de Todos os Santos: guida de ruas e mistérios (1945), Garzanti, Milano, 2010, pp.14-18
Durante un certo comizio, tenutosi all’epoca dell’invasione dell’Abissinia da parte delle forze fasciste di Mussolini, un oratore, solenne nel suo abito nero e nel suo portoghese purista, affermò che i baiani, in quanto latini dei migliori e dei più puri, erano legati a Roma imperiale, che il Duce intendeva far rivivere a spese dei negri abissini. Fu a questo punto che salì alla tribuna un mulatto maestoso il quale dichiarò che i baiani, in quanto discendenti di africani, meticci dei migliori, erano legati sentimentalmente alle sorti dell’Etiopia.
Bahia inorgoglisce del grammatico Carneiro Ribeiro che
discuteva con Ruy Barbosa i suoi pronomi altrettanto ben collocati nella frase
quanto quelli del più quotato professore di Coimbra, e inorgoglisce di un
educatore come Anisio Teixeira che ha rivo-luzionato la pedagogia brasiliana.
Così è Bahia, nello scontro permanente delle due facce della sua realtà, dei
suoi due filoni di pensiero. Sempre politicamente impegnata. Non è forse
politica la letteratura conservatrice di Pedro Calmón, altrettanto politica quanto
i saggi di Hermes Lima o di Edison Carneiro? La politica è la vocazione del
baiano.
Nell’equilibrio che risulta a momenti dallo scontro di
questi spiriti disparati che po-polano la città, sorge a volte un Joào
Mangabeira, esempio perfetto del baiano con tutte le sue virtù d’intelligenza e
tutte le caratteristiche del suo temperamento. Che ha il culto del passato e
sogna del futuro. Del baiano che fa dell’amabilità un’arte vera e propria, che
è estremamente arguto, ed è al tempo stesso cordiale e comprensivo, tranquillo
e fiducioso. Che fa crollare con una battuta pungente un intero edificio di
retorica, che nasconde sotto il frac solenne un cuore giovane. Che ama ridere,
chiacchierare, rac-contare.
Ecco qui una città dove si chiacchiera volentieri, dove il
tempo non ha ancora acquisito il ritmo allucinante delle città del Sud. Nessuno
sa conversare come il baiano. Una prosa calma, dalle frasi ben costruite,
accompagnata da lunghe pause chiarificatrici, da una gestualità controllata e
precisa, da sorrisi tranquilli e cordiali, da risate. Quando uno di questi
baiani grassi e meticci, mezzo solenni e mezzo monelli, dal viso gioviale,
co-mincia a parlare, se chiudete gli occhi e fate un piccolo sforzo d’immaginazione,
riuscirete a individuare perfettamente il suo remoto antenato portoghese e il
suo remoto ascendente negro, arrivati di fresco uno da una patria
colonizzatrice, l’altro dalle foreste dell’Africa. A chi appartiene questa
bella risata chiara e libera se non al negro? A chi questo solenne rispetto per
il dottore, personaggio licenzioso della storia che sta raccontando, se non al
portoghese immigrante, incolto ammiratore dei più sapienti? Questo miscuglio
baiano, questo incrocio in cui il sangue negro è entrato in propor-zione
rilevante, non ha prodotto il solito mulatto impertinente, arrogante, egoista,
adulatore, e prepotente con gl’inferiori. Ogni volta che evoco il mulatto
baiano mi vedo davanti agli occhi un uomo grasso. Grasso, non solo fisicamente.
Anche nel carattere: bonaccione, amabile, ghiottone, sensuale, d’intelligenza
acuta, dal parlare elegante ma tranquillo, capace di trattar bene gl’inferiori
quanto i superiori, se non meglio. Un tipo che predilige cibi ben conditi,
ricchi d’olio ma anche di pepe. Così è l’uomo della strada di Bahia, un po’
espansivo e un po’ distratto. Un tantino poeta, si potrebbe dire, ma anche
astutamente politico, il più abile politico del Brasile. Così è Bahia. Questo
il suo clima spirituale, legato al passato, volto al futuro. Nessun’altra città
del Brasile si mantiene in questo equilibrio spirituale, che esige da ognuno
una costante vigilanza per non cadere nel conservatorismo reazionario o in un
anarchismo non costruttivo. A fianco della vetusta cattedrale sorge la Facoltà
di Medicina, dove gli studenti sezionano cadaveri in cerca della spiegazione
della vita. Già da tempo le macumbe non sono più patrimonio religioso dei
negri, che intendono conservare alcunché della loro propria cultura. Oggi esse
costituiscono anche materia di studio da parte di giovani scienziati e fonte
d’ispirazione di grandi artisti.
Si può parlare di una cultura baiana, con sue proprie caratteristiche originali? Credo di sì. Qui tutta la cultura emana dal popolo; possente a Bahia è la presenza del popolo, ad essa si alimentano artisti e scrittori. Esiste una tradizione nell’arte e nella letteratura baiana, d'ispirazione sociale, che proviene da Gregorio de Matos e si è mantenuta viva fino a oggi. Questo legame col popolo e coi suoi problemi è il segno basilare della cultura baiana. Cultura baiana che ha un’influenza determinante su tutta la cultura brasiliana, della quale essa è la cellula matrice.
Essendo Bahia la città negra per eccellenza del Brasile, con
una forte percentuale di popolazione di colore, essa è anche quella dove meno
sussiste, nel nostro paese, il pregiudizio razziale. Il che non significa che
il razzismo sia del tutto inesistente. La commistione di sangue è molto
rilevante, e ben poca gente può onestamente negare un antenato negro più o meno
remoto. L’influenza dell’elemento negro è avvertibile ovunque. Non solo
nell’aspetto della città, ma nella sua vita stessa. La superstizione si fonde
assai frequentemente con la religiosità. Città profondamente religiosa, non c’è
dubbio. E tuttavia, dove stanno, nella religiosità del baiano, i confini che
separano la religione dalla superstizione? Le due cose sono quasi sempre
strettamente collegate, e quasi sempre è la seconda a predominare. I riti
religiosi acquisiscono qui strane modalità, i culti cattolici si
illeggiadriscono ben presto di un’aura feticista.
C’è nella religiosità dei baiani qualcosa di pagano, un
certo che di sensuale che fa sì che le numerose comunità religiose altro non
siano che un prolungamento, stilizzato e incivilito, delle macumbe misteriose.
A fianco di questa religiosità superstiziosa si registra, nel popolo in
generale, un anticlericalismo militante. Raramente esistono qui, come in molte
altre città, sacerdoti dalla vasta popolarità. Anzi, molte delle feste religiose
popolari (quella di N.S. del Bonfim, per esempio) sono oggetto di feroce
op-posizione da parte del clero, in costante lotta col popolo. In questo, Bahia
ricorda i paesi baschi spagnoli, col loro popolo religioso e anticlericale. O
anche i messicani che durante le rivoluzioni capeggiate da Zapata e da Pancho
Villa fucilavano i preti al grido di «Viva Nostra Signora di Guadalupe». Lo
stesso fenomeno si verifica a Bahia, dove presso la popolazione negra
l’autorità del sacerdote è nulla, paragonata a quella dei padri e
madri-di-santo, mentre nelle classi più elevate, come accade ovunque, ci si
serve po-liticamente del prete senza portargli il minimo rispetto.
Un popolo bonaccione, che ama i colori vistosi, rumoroso ma
placido e amabile, facile alla meraviglia, accogliente e democratico. Sotto un
cielo di ammirevole limpidezza, ai margini del mare, o sulla collina dove corre
sempre una brezza carezzevole, vive il popolo più dolce del Brasile. Nella
città di Salvador di Bahia.






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