La figlia di Tehran di Stefano Cammelli
Armeggia sul cellulare, mi mostra una foto. Vedo ragazze coi capelli al vento per le vie di Teheran, una foto scattata il 16 settembre di quest’anno. E anche quelle che portano il velo hanno di fatto la testa completamente scoperta.
2025. Un giorno una mia ex studentessa mi invitò a una festa
dei quarant’anni. Fu carino da parte sua ma dopo molti anni di silenzio il suo
invito mi sorprese. Stavo cercando un modo educato per dire che non sarei
andata quando scoprii che si era appena dimessa dalla scuola e era entrata nel
dipartimento di studi classici dell’Università di Göteborg. Pensai che tutto
avesse un senso. In effetti in greco era molto brava.
In aeroporto vidi una ragazza abbastanza elegante, vestita
con un gusto che mi parve italiano, guardare il gate del volo per Göteborg. Non
l’avevo già incontrata a Linate?
La rividi poche ore dopo, mentre nella hall dell’albergo
aspettavo la macchina che doveva portarmi alla festa.
“Anche lei invitata da Erika? Erika Liljestrand?”
“Sì!! Che combinazione!”
“Lei è italiana?”
“La mia famiglia è di Teheran, ma vivo in Italia da molti
anni.”
In auto si tace. Lei dispone con attenzione sulle ginocchia
un pacchetto, certo un regalo per Erika. Io controllo a mia volta che il mio
libro su Saffo sia – come deve – nella borsa.
“Sa, mi dispiace tantissimo per quello che è accaduto alle
donne, alle ragazze in Iran. Era stata una rivolta così tenera, così giusta… in
casa abbiamo partecipato come se fossero nostre figlie…”
“Ieri – mi risponde lei – mi ha scritto da Teheran, una
amica. Era a una stazione del metro e c’era un gruppo di suonatori di strada e
suonavano una musica da festa.
Allora un uomo si è avvicinato e ha detto ‘Oggi è
l’anniversario della morte di nostra figlia, vi dispiacerebbe suonare qualcosa
di meno allegro?’. Vede il 16 settembre è l’anniversario della morte di Mahsa
Amini, la ragazza curda di 22 anni…”
“Dio mio… poverina, che storia terribile…”
“È diventata la figlia dell’Iran tutto. I suonatori – mi ha
scritto la mia amica – hanno capito subito. E sono passati a una musica più
adeguata. Molta gente si è riunita intorno a loro senza dire nulla. Per qualche
minuto i treni sono passati e nessuno è salito. E quelli che scendevano
sentendo la musica capivano immediatamente senza una sola parola…”
“Settembre – mi dice poco dopo – è tradizionalmente un mese
di matrimoni in Iran. Da quel giorno del 2022, anche se il 16 cade in un giorno
festivo o prefestivo, nessuno vuole sposarsi. È il giorno del cordoglio, il
giorno di Mahsa.”
Si accorge che mi sono commossa
“Ma non è solo questo… Ormai da due anni in Iran vengono
celebrati matrimoni con uomini e donne nella stessa sala. Prima della morte di
Mahsa era impossibile, lo si poteva fare solo in case private. Ora hanno paura
a dire di no e ormai la cosa sta dilagando….”
Armeggia sul cellulare, mi mostra una foto. Vedo ragazze coi
capelli al vento per le vie di Teheran, una foto scattata il 16 settembre di
quest’anno. E anche quelle che portano il velo hanno di fatto la testa
completamente scoperta.
“Non sono montaggi, vero?”, chiedo.
“È tutto vero - dice commossa - tutto vero. La forze delle
donne iraniane è inarrestabile.”
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